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La giornata Mondiale delle cazzate

From Francia 2007 in Quimper, France on Aug 11 '07

PurpleAngel has visited no places in Quimper
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In previsione di una lunga giornata, ci siamo alzate un po’ più presto e dopo la solita colazioncina, ci siamo messe appena possibile in viaggio.

Destinazione: Quimper e Pointe du Raz.

Che la nostra gita sarebbe stata particolare lo avremmo dovuto capire fin dalla prima sosta, a pochi chilometri da Rennes, per far rifornimento: mentre eravamo ferme in auto nel parcheggio, la Purpla ha adocchiato un vecchietto che si aggirava furtivamente dietro la sua adorata Adolfina. E’ bastata un’occhiata fulminante per far si che il vecchietto di cui sopra si portasse a fianco dell’auto invece che restare li dietro. L’omino ha pensato bene di andare dal lato passeggero dove Dede lo attendeva non certo benevola. E così mentre egli con intenti ancora non del tutto chiari brandiva un coltello da pagnotta, la seppia gli chiudeva la portiera in faccia per poi girarsi verso la Purpla e chiedere “ma questo che vole?” Il vecchietto, se mai avesse avuto improbabili intenti minacciosi (eravamo in mezzo a una marea di gente in pieno giorno), deve averli sicuramente abbandonati nel momento in cui si è ritrovato così poco valorizzato nel suo ruolo terroristico (del resto non aveva il gilet da kamikaze, quindi a noi non poteva interessare più di tanto).

La prima parte dell’itinerario prevedeva un tratto di strada fra le campagne e fra i tanti animaletti spiaccicati (non da noi), siamo finalmente riuscite a vedere un riccio enorme vivo attraversare la stradina con tanto di esclamazioni stupite e gioiose della Purpla e incitamenti da parte di Dede a fare retromarcia per spiaccicarlo. La Purpla è riuscita a distrarre e dissuadere Dede dagli istinti riccicidi indicandole una fantomatica bisteccona volante e così dopo circa tre ore di viaggio (prive di disastri) siamo arrivate a Quimper, dove Roberto ha dato i primi segni di cedimento cercando di farci imboccare una via contromano; lo abbiamo neutralizzato e abbiamo trovato parcheggio..

Primo obiettivo: cercare cibo (erano le 14, giusto per puntualizzare prima che qualcuno ci accusi ingiustamente di stare sempre a mangiare). Dopo esser state rifiutate da un bistrot con la bieca scusa della cucina improvvisamente esplosa,, abbiamo ritrovato il nostro amato Maitre Kanter e ci siamo rifocillate godendoci la brezzolina del Finistere.

Ci eravamo dimenticate di quanto questa potesse esserci fatale: sono bastate poche boccate per dar sfogo al nostro delirio più performante. La Purpla se ne è uscita con un’affermazione del tipo : “E certo, anche io avrei imparato l’ostrogoto se avessi vissuto per lunghi periodi in Ostrogozia” con tutta nonchalance, mentre Dede la guardava allibita. E’ nato così il nostro dubbio e un sondaggio fra i nostri amici e parenti per stabilire se gli ostrogoti provenissero dall’Ostrogozia o dall’Ostrogolandia. Noi eravamo più propense a chiamarla Ostrogozia, perchè Ostrogolandia ci sapeva di parco divertimenti, tanto che la Purpla ha aggiunto “E già, pensa se chiamassero la Bretagna Bretolandia.. I Bretoni si offenderebbero”. Dede aveva ormai solo più due opzioni: assecondare la Purpla oppure scappare urlando. Indovinate quale ha scelto.

Mentre amici e parenti davano pareri discordanti, spiegazioni etimologiche più o meno serie, chiamavano il 118 o la protezione civile e ci mandavano anche a cagare (accusandoci ingiustamente di usare sostanze stupefacenti illegali: “Smettetela di sniffare il Paté: fa male”), abbiamo girovagato per la cittadina. Purtroppo, essendo domenica, abbiamo trovato ben pochi esercizi aperti, ma quei pochi sono stati comunque da noi depredati come da usanza. Ci siamo ancora concesse qualche istante per esibirci in alcune foto deficienti quali:

- la Purpla che sbuca da dietro un monolito con espressione stupita

- la Purpla che cerca di sbucare con la testa da sopra una statua decapitata, troppo alta perchè ciò avvenisse.

- la Purpla dietro le sbarre, tanto simile a Macchianera.

- Dede al telefono mentre si delude per non esser riuscita a cazziare i fratelli.

Soddisfatte per esser riuscite a sfogare gran parte della nostra idiozia, ci siamo rimesse in viaggio alla volta di Pointe du Raz. E qui Roberto ha dato la dimostrazione di esser proprio un uomo: quando serve, non c’è mai. E’ svenuto e non si è più ripreso fino al giorno successivo.

Per fortuna conoscevamo già la strada per altro ben segnalata e così passeggiando per i paesini del Finistere (con una piccola deviazione per la baia dei Trapassati però troppo affollata per i nostri gusti) siamo arrivate fino alla penisola che costituisce uno dei punti più occidentali della Francia (paragonabile a Land’s End) e dalla quale è possibile assistere ad un tramonto sull’oceano spettacolare mentre si fanno gestacci all’america dall’altre parte del globo.

Poichè eravamo già state l’anno scorso in questo posto, siamo arrivate più organizzate dei marines:

- Asciugamano per non sporcarci quando ci saremmo sedute sugli scogli;

- Torce per affrontare il ritorno al buio (e giocare a “The Blair Witch Project” con tanto di riprese video);

- Giacconi, maglioni, k-way, canottiere e magliettine varie per riparci dal vento;

- Bottigliette d’acqua

- Crepes da asporto

Le ultime due risorse ce le siamo procurate in uno dei bar presenti presso il parcheggio, seducendo uno dei tanti vecchietti bretoni ai quali sembra risultiamo simpatiche. Sono stati necessari diversi minuti per riuscire a scollarcelo dopo aver ottenuto quanto richiesto (quando attaccano il pippone non la smettono più), ma alla fine siamo riuscite a prendere la navetta e raggiungere la scogliera.

Circondate da miriadi di italiani dai quali ci siamo allegramente dissociate e sui quali abbiamo fatto battutacce senza ritegno, osservando i cirrocumuli bretoni che si ammassavano in cielo e cazzareggiando allegramente, ci siamo inerpicate su per gli scogli arrivando addirittura ad osare coraggiosamente affacciarci da una torretta a picco sulla scogliera (40 mt sul mare) senza vomitare e nemmeno rischiare di cadere. Esaltate da tanta bravura, ci siamo anche lanciate in un collegamento video dal luogo, per poi acquietarci e sistemarci sugli scogli in attesa del tanto agognato tramonto, del quale abbiamo diverse (200) istantanee. La quiete è durata poco, poichè Dede è andata a far la fotoreporter coraggiosa su scogli più impervi e distanti; intanto la Purpla veniva abbordata da un gabbiano, tale Geronimo (in bretone G’heronimho), che ha cenato con noi intrattenendosi allegramente, almeno fino a che non ha subodorato l’intenzione delle due seppie di farselo arrosto. Mentre il gabbiano si innalzava in volo per lidi più sicuri, il tramonto ha distratto le nostre due eroine le quali sono entrate in domopack totale, interrotto soltanto dal tentativo omicida di Dede di smaciullare il ginocchio della Purpla sedendovicisi sopra per uno sfortunato evento (o almeno così lei afferma).

Quando il sole è scomparso dietro un banco di cirrocumuli bretoni (vedi foto), abbiamo deciso di far ritorno ai punti di ristoro più vicini aprofittando della luce ancora presente nonostante fossero già le 22.

Individuato un locale a noi congeniale (con almeno un vecchietto bretone), ci siamo sedute inizialmente intenzionate soltanto a consumare una bevanda calda, per poi finire per cedere alla tentazione del cibo e fare una seconda cena (in fondo avevamo mangiato soltanto una crepe a testa); con nostro sommo orrore abbiamo scoperto di esserci sedute accanto a una tavolata di italiani di quelli che non sopportiamo: non sapevano nemmeno cosa fosse un’entrecote e hanno passato tutto il tempo a commentare la nostra cena convinti ch enon li capissimo, almeno fino a quando una Purpla inviperita si è rivolta a loro direttamente in italiano. Lo scambio di battute è stato il seguente:

Italiani caciaroni tutti in coro: “E quello che sarà? Sembra un granchio (indicando il granchio nel piatto della Purpla con fare schifato)”

Purpla: (dopo la ventesima volta che questi si ponevano la domanda) “Si. E’ un granchio”

Italiani caciaroni: (momento di silenzio allibito) “ah ecco, noi abbiamo qualche problema col pesce”

Purpla (serafica) “Io no. Ma con voi si. (e avrebbe voluto aggiungere che presto ne avrebbero avuti con lei. Ma si è zittita)”

Troncata ogni eventuale comunicazione con i conterranei, questi hanno continuato a commentare la cena delle seppie come se si fossero trovati a osservar eun documentario e la Purpla ha continuato a ringhiare e lanciare anatemi mentre Dede tentava invano di distrarla.

Per il dolce e il caffè abbiamo chiesto di poterci spostare all’aperto, ma ci deve esser stato un piccolo inconveniente di comunicazione fra i proprietari del ristorante e la cameriera che ci aveva concesso tale autorizzazione; per questo motivo quando abbiamo preso le nostre borse e hanno cercato di spostarsi all’esterno, la vecchietta bretone fino a poco prima sorridente si è messa a urlare e a cercare di rincorrerci convinta che stessimo scappando senza pagare il conto. Sciolto l’equivoco, ci siamo concesse ancora qualche minuto di pausa relax prima di ripartire. Il proprietario si è preoccupato di prepararci lui stesso il caffè e poi è anche venuto a chiedere se fosse buono; effettivamente è stato uno dei migliori consumati fino ad ora e così la Purpla, nota intenditrice di caffè, ha elargito un magnanimo sorriso al proprietario rendendo felice un povero vecchio.

Sempre orfane di Roberto, siamo dunque ripartite per tornare a Rennes. Ci attendevano circa tre ore e mezza di viaggio che abbiamo trascorso con altri lazzi di altissima espressione artistica della nostra idiozia:

- Dede si è esibita nello sguardo dell’upupa notturna (vedi foto) per aiutare la Purpla nel decifrare i cartelli immersi nel buio più assoluto;

- Sempre Dede ha creduto di avere le allucinazioni, quando nel buio di cui sopra ha visto spuntare davanti a noi uno scassone targato Roma che ondeggiava di corsia in corsia (nonostante il loro navigatore funzionasse suscitando le nostre invidie) e del quale la Purpla ha provveduto a liberarsi prendendo una scorciatoia.

- Purpla e Dede, ascoltando la compilation di rock anni 70, hanno intessuto la trama della Gaetano’s Story. Ma lasciate che ve la raccontiamo

Gaetano è uno dei tanti cugini camionisti della Purpla (una metafora per dire che lei stessa si riconosce in tale personaggio), grezzo ma tanto romantico. Egli esce con Sabbrina (con 2 ‘b’), trucida shampista di Cernusco sul Naviglio, ogni qualvolta torna dai suoi lunghi viaggi per il mondo, portandola a spasso per la statale fra Cinisille e Cernusco e provandoci come un disperato (e qui avevamo tanto di colonna sonora proveniente dal cd. In realtà interpretavamo proprio la canzone). Sabbrina, però, non concede tanto facilmente le propri e grazie a Gaetano; quando finalmente la shampista si convince, Gaetano emozionatissimo fa cilecca, per ben due volte. Sabbrina, amareggiata, fugge abbandonandolo e viene raccolta da un camionista travestito; i due si innamorano e scappano insieme. Nel negozio in cui lavorava Sabrina c’era però la sua migliore amica, Debborah (estetista specializzata in manicure), eterna seconda. La povera ragazza ha vissuto fino ad ora nell’ombra di Sabbrina. Ma adesso che la shampista è uscita di scena, Debborah può dichiarare il proprio amore all’affranto Gaetano durante un incontro fatale sulla statale fra Cernusco e Cinisello. Il camionista si accorge improvvisamente dell’avvenenza di Debborah, si innamora e scappa con lei. Nel frattempo la padrona tiranna del negozio di parrucchieri si innamora dell’inserviente gay latente (e segretamente innamorato della coppia Gaetano/Debborah) e scappa con lui per esser abbandonata dieci giorni più tardi sulla statale Cinisello/Cernusco dall’inserviente stesso il quale ha deciso di fare Coming out scappando con un ragioniere di Vimercate. Insomma, alla fine vissero tutti più o meno felici e contenti.

Soddisfatte dalla nostra creazione artistica, siamo giunte quindi a Rennes e crollate sul letto alle 3.20 del mattino (non senza aver litigato col portiere di notte spastico eisterico che non riusciva ad aprirci la porta e ce ne dava la colpa).


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